C’è un momento, in quasi ogni percorso di orientamento, in cui la parola smette di funzionare.
Chiedi “cosa vorresti fare da grande” e ti ritrovi davanti un muro, o una spallata, o quel “boh” che dopo un po’ impari a riconoscere come una porta chiusa e non come pigrizia. Ci ho sbattuto la testa per anni prima di arrivare a una cosa semplice, quasi banale a dirla: se una persona non riesce a dirti chi è, il problema spesso non è suo. È della domanda.
Non parlo solo di adolescenti silenziosi, anche se con loro il muro si vede prima. Parlo anche di adulti in ricollocazione, gente che ha passato vent’anni a fare un lavoro e adesso, davanti a un foglio con su scritto “competenze trasversali”, si blocca come se gli avessi chiesto di risolvere un’equazione differenziale.
Il colloquio classico — domanda, risposta, domanda, risposta — dà per scontata una cosa enorme: che uno sappia già mettere ordine dentro di sé abbastanza da raccontarlo a voce, a un estraneo, seduto su una sedia scomoda. Ma l’ordine, quasi sempre, viene dopo. Prima c’è il caos, e quel caos non si racconta bene parlando.
Perché il fare batte il dire
Cosa succede se togliamo la parola dal centro?
Succede che la riflessione non sparisce. Si sposta. Arriva come conseguenza di un gesto, non come premessa che devi dimostrare di saper formulare bene. È lo stesso principio per cui uso i romanzi in orientamento: non chiedo mai “raccontami la tua storia”, faccio leggere un pezzo di Grossi o di Achebe e lascio che la persona si riconosca da sola, senza sentirsi sotto esame. La narrazione fa da schermo — protegge, mette una distanza di sicurezza tra la persona e quello che sta scoprendo di sé.
L’azione fisica fa lo stesso lavoro. Forse lo fa meglio, perché toglie di mezzo anche le parole degli altri, non solo le proprie.
Le tre pietre
Questa è un’attività che uso spesso nei primi incontri, quando la diffidenza è ancora alta e il rapporto va costruito un mattone alla volta.
Serve un tavolo, o anche solo il pavimento, e una decina di oggetti qualunque — sassi, tappi, bottoni, quello che hai in giro. Meglio se sono neutri, senza forma o colore che rimandino già a qualcosa di preciso.
Chiedi alla persona di sceglierne tre, in silenzio, senza spiegarti perché li sceglie — non serve, e chiederlo rovina l’esercizio. Poi le chiedi di disporli sul tavolo secondo una distanza: vicini o lontani tra loro, a seconda di quanto sente che le tre cose che rappresentano sono vicine o lontane nella sua vita adesso. Puoi proporre “dove sei oggi”, “dove vorresti essere”, “quello che ti spaventa”. Funziona anche con altre triadi, basta che restino concrete.
Solo dopo, quando la disposizione è fatta, apri la parola. Non chiedi “cosa significa”. Chiedi: “puoi spostare qualcosa?”
E guardi cosa succede.
C’è chi allontana subito la pietra della paura. Chi invece la mette proprio al centro, senza che nessuno gliel’abbia chiesto. Chi non tocca più niente e resta a fissare la composizione come se l’avesse scoperta insieme a te in quel momento, non prima.
Funziona in gruppo ancora meglio che da soli, e qui c’è una cosa controintuitiva: ognuno costruisce la propria disposizione mentre gli altri fanno lo stesso, senza sentirsi osservato. Il cerchio di sedie, con tutta la sua pressione sociale, per una volta sparisce.
C’è da fare attenzione ad un po’ di cose e la più importante è di non interpretare tu al posto loro.
La tentazione è fortissima — “vedo che hai messo la paura vicino al futuro, interessante” — ed è il modo più veloce per rovinare tutto. Il tuo compito è fare domande che aprano, non offrire letture già confezionate. Se la persona non aggiunge nulla oltre al gesto, va bene lo stesso: ha comunque detto qualcosa. Solo non a parole.
Non è terapia, e non deve diventarlo. Resta uno strumento di orientamento, e la differenza sta tutta nel non andare a caccia di significati nascosti a ogni costo. A volte una pietra spostata di dieci centimetri è solo quello: dieci centimetri. Altre volte è la prima cosa vera che quella persona ti dice da quando vi conoscete.






