Ci sono libri che ripesco spesso nello scaffale (ideale) dove tengo le cose che mi sono servite negli anni. Raramente si tratta di un manuale o un testo utilizzato durante gli studi. Quello che vado a prendere è sempre un romanzo, a volte un racconto oppure una poesia. Cose che a un certo punto ho portato in aula, a volte perché erano rimaste nello zaino ma più spesso volutamente. Capita spesso che quei materiali abbiano aperto qualcosa che nessuno strumento strutturato era riuscito ad aprire.
La letteratura spesso fa una cosa che i questionari o le attività di aula non fanno: permette di parlare di sé attraverso qualcun altro. Holden Caulfield, Zeno Cosini, Santiago il pescatore sono personaggi che si addossano tante cose e che non sono nessuno dei presenti in aula. Nonostante questo, a volte, ci somigliano in modo imbarazzante ed è proprio per questo che definiscono uno spazio sicuro nel quale le persone possono dire cose che altrimenti non direbbero.
Qui sotto non c’è una bibliografia ma una piccola biblioteca di lavoro formata da alcuni romanzi che ho usato perché consigliato da altri oppure di mia iniziativa. Alcuni non li ho mai utilizzati, come “La luna e i falò” o anche “l’idiota” o altri in questo elenco, ma mi danno fiducia e magari prima o poi mi deciderò a portarli al lavoro. Per ciascuno ho indicato tre possibili utilizzi indicando quali potrebbero essere, secondo me, i punti di partenza.
Pugni — Pietro Grossi
- Il progetto segreto Si propone al ragazzo di raccontare una cosa che fa o ha fatto da solo, senza che nessuno sapesse. Il racconto diventa il punto di partenza per esplorare motivazione intrinseca, costanza, identità al di fuori del giudizio altrui.
- Cosa si allena senza saperlo In gruppo si discute: “Esiste qualcosa che stai imparando o migliorando senza che faccia parte di un percorso ufficiale?” Il testo di Grossi funge da innesco. Emergono spesso competenze non riconosciute che vale la pena nominare.
- La disciplina silenziosa Nel coaching si usa il protagonista come metafora della motivazione autonoma. Il coachee identifica un’area in cui agisce per sé, non per gli altri, e riflette su cosa succederebbe se quella stessa qualità entrasse nel lavoro.
Il signor Jensen getta la spugna — Jacob Hein
- Quello che non si dice a casa Nel colloquio con persone in cerca di lavoro o in transizione si usa il romanzo per aprire il tema del peso sociale della disoccupazione e della difficoltà a chiedere aiuto. Spesso sblocca narrazioni molto compresse.
- L’identità è il lavoro? Si usa la storia di Jensen come innesco per una discussione collettiva: quanto della nostra identità passa attraverso il titolo professionale? Cosa resta quando quel titolo sparisce? Funziona bene in percorsi di ricollocazione o con persone in uscita dal lavoro.
- La maschera del mattino Si esplora con il coachee la distanza tra il sé che si mostra al mondo (al partner, ai colleghi, alla famiglia) e quello che si vive davvero. Jensen è una metafora estrema ma riconoscibile. La domanda è: dove stai recitando una parte che non ti appartiene più?
La luna e i falò — Cesare Pavese
- Dove mi sento da qualche parte Nel colloquio si usa il tema del ritorno come leva per esplorare il senso di appartenenza professionale: ci sono contesti in cui la persona si sente più sé stessa? Ambienti, organizzazioni, tipi di lavoro in cui “si riconosce”?
- Da dove vengo, dove voglio andare Si propone ai ragazzi di disegnare una mappa, geografica o emotiva, dei luoghi che hanno contato nella loro storia. Il romanzo offre il permesso narrativo di prendere sul serio le radici senza esserne prigionieri.
- Il posto che non c’è più Molti coachee portano in seduta un senso di perdita rispetto a un contesto lavorativo che non esiste più: un’azienda, un team, una fase. Il tema del ritorno impossibile di Pavese aiuta a nominare questo lutto e a cercare un nuovo senso di appartenenza.
Bartleby, lo scrivano — Herman Melville
- Cosa stai rifiutando senza dirlo Con i ragazzi che mostrano resistenza passiva, non rifiutano esplicitamente, ma non partecipano, non consegnano, non rispondono, la storia di Bartleby può aprire un dialogo su cosa si sta davvero rifiutando e perché è difficile dirlo.
- Il diritto di non voler fare In un seminario si usa Bartleby per discutere il confine tra adattamento e resistenza nel lavoro. Quante cose facciamo senza volerle fare? Quante di quelle cose ci costano qualcosa? Il racconto è breve, si può leggere un pezzo insieme.
- La resistenza che non si nomina Nei percorsi di coaching con persone bloccate in una situazione professionale che non le soddisfa, Bartleby è una metafora potente. Il coachee è invitato a identificare l’equivalente del “preferirei di no” nella propria vita lavorativa: cosa sta evitando di dire?
Il vecchio e il mare — Ernest Hemingway
- Perdere senza essere sconfitti Si propone la storia come innesco per una discussione: è possibile dare tutto e non ottenere il risultato atteso? Cosa significa avere comunque vinto qualcosa? Funziona bene con ragazzi che vivono molto il fallimento come giudizio sul proprio valore.
- Il pesce che vale la fatica In un colloquio si esplora la domanda: quale obiettivo vale davvero la pena di inseguire, indipendentemente dall’esito? Aiuta a distinguere le mete che appartengono davvero alla persona da quelle che insegue per aspettativa esterna.
- Quello che resta della lotta Si usa il romanzo per lavorare sulla resilienza: non come capacità di rimbalzare indietro, ma come capacità di trovare significato anche nell’insuccesso. Il coachee è invitato a raccontare un episodio in cui ha «perso il pesce» e cosa è rimasto.
Conversazione in Sicilia — Elio Vittorini
- L’astratto furore L’incipit del romanzo “Io ero, in quell’inverno, in preda ad astratti furori” è uno dei più potenti per parlare di alienazione lavorativa. Nel colloquio si usa quella frase come specchio: il lavoro che fai ti sembra concreto o astratto? Ti sembra tuo?
- Il viaggio che rimette a posto In un seminario si usa il motivo del ritorno alle origini per esplorare dove ognuno trova il proprio ancoraggio di senso quando il lavoro non basta più. Non è solo un esercizio nostalgico: serve a identificare i valori che si erano messi da parte.
- Da dove vengo, cosa voglio davvero Con coachee in crisi professionale, il percorso di Silvestro offre un’immagine del ritorno come riattivazione non indietro, ma verso ciò che è rimasto autentico. Si lavora su ciò che la persona non ha dimenticato di sé anche quando sembrava averlo perso.
L’arte della gioia — Goliarda Sapienza
- Cosa ti appartiene davvero Con ragazze (ma non solo) che crescono in contesti che limitano le aspettative, la storia di Modesta apre lo spazio per immaginare una traiettoria propria, non assegnata. Si lavora sulla differenza tra “cosa si aspettano da me” e “cosa voglio per me”.
- Il diritto di volere cose per sé In un seminario misto si usa la parabola di Modesta per discutere il tema dell’ambizione, parola spesso vissuta con colpa, soprattutto da chi viene da contesti di scarsità. Si lavora su cosa significhi «volere» senza vergogna.
- Costruirsi nonostante Con coachee che hanno attraversato condizioni difficili e tendono a minimizzare i propri risultati, la storia di Modesta serve a dare dignità al percorso fatto. Non “nonostante le difficoltà” ma “con quelle difficoltà” come materiale di costruzione.
Furore — John Steinbeck
- Il lavoro come sopravvivenza In un gruppo di ragazzi con storie familiari di difficoltà economica, la vicenda dei Joad dà parole a esperienze che spesso restano senza nome. Non si usa per commuovere, ma per aprire una discussione su cosa significa il lavoro in una famiglia in cui conta per sopravvivere.
- Cosa si porta via la crisi Nel colloquio con persone che hanno attraversato perdita del lavoro, crisi d’impresa, ricollocazione forzata, il romanzo offre il registro del lutto e della dignità insieme. Non è un manuale di resilienza: è il permesso di nominare la durezza.
- Chi aiuta quando tutto crolla In un seminario sulla collaborazione si usa la famiglia Joad come esempio di coesione sotto pressione. Si esplora con il gruppo: in quali momenti difficili avete trovato aiuto negli altri? Chi è stato “la famiglia” nei momenti critici?
Il giovane Holden — J.D. Salinger
- Tutto quello che è falso Con ragazzi molto critici verso il sistema scolastico o lavorativo, Holden offre uno specchio potente. Il colloquio parte da lì: cosa trovi falso, nel mondo che ti stanno mostrando? E cosa troveresti autentico? È spesso il modo più efficace per raggiungere i ragazzi “chiusi”.
- Il posto dove ti senti vero In gruppo si discute partendo dalla domanda che Holden non smette di farsi: esiste un posto dove non mi sento recitare? Si lavora sull’autenticità come criterio orientativo, non “cosa devo fare” ma “dove posso essere me stesso”.
- Dove è finita la voce di Holden Con adulti che hanno perso contatto con le proprie aspirazioni, si usa Holden come figura del sé autentico che si è progressivamente silenziato. Il lavoro è riascoltarlo, non per tornare adolescenti, ma per recuperare una bussola che è nostra e non ci mente.
La strada — Cormac McCarthy
- Per cosa vale la pena camminare In un colloquio di orientamento con adulti in fase di transizione, la metafora del cammino senza mappa ma con direzione è molto potente. Si lavora su ciò che dà senso al movimento anche quando la meta non è visibile.
- Portare la fiamma La frase centrale del romanzo “portare la fiamma” diventa una domanda di coaching: cos’è la fiamma che stai cercando di tenere accesa? Serve a lavorare sui valori profondi, non sugli obiettivi operativi.
- La cura come competenza professionale In un seminario con operatori sociali, educatori, formatori: la relazione padre-figlio nel romanzo è un modello estremo di cura. Si discute cosa significa prendersi cura di qualcuno in un contesto professionale quando le risorse sono scarse.
Siddharta — Hermann Hesse
- La scuola che non basta Con ragazzi che sentono che il percorso scolastico non li rappresenta, la storia di Siddharta dà dignità alla ricerca autonoma. Non come incoraggiamento all’abbandono, ma come esplorazione: cosa stai cercando che qui non trovi?
- I maestri che si lasciano Siddharta impara da molti maestri e poi li abbandona. Nel colloquio questo diventa una domanda concreta: da chi hai imparato qualcosa di importante? C’è qualcosa che hai dovuto “lasciare” per andare avanti?
- Il fiume sa La metafora del fiume, che sa perché è già stato in ogni posto, si usa in coaching per lavorare sulla saggezza esperienziale. Il coachee è guidato a riconoscere quello che già sa di sé e del proprio percorso, prima di cercare risposte fuori.
Lessico famigliare — Natalia Ginzburg
- Le frasi di casa Si chiede al ragazzo di ricordare una frase o un detto o un modo di dire che in casa sua si ripete spesso. Da quella frase si comincia a esplorare cosa la famiglia trasmette sul lavoro, sul successo, sul fallimento, sull’impegno.
- Da dove vengono le mie aspettative Molte aspettative lavorative vengono trasmesse senza essere dichiarate. Il libro della Ginzburg apre la domanda: cosa ti è stato insegnato, non detto, ma mostrato, su cosa vale la pena fare nella vita?
- Il lessico che usi su te stesso Si lavora con il coachee sul linguaggio con cui descrive la propria vita professionale. Quali parole usa? Quali eredita dalla famiglia? Quali ha scelto? Il lavoro sul lessico è spesso un lavoro sui valori e sulle credenze che guidano le scelte.
Il deserto dei Tartari — Dino Buzzati
- L’attesa come scelta Nel colloquio con adulti fermi in situazioni professionali che non soddisfano, Drogo è uno specchio impietoso. La domanda non è accusatoria: cosa stai aspettando? E cosa succederebbe se smettessi di aspettare?
- Il momento che non arriva mai In un seminario si usa il romanzo per discutere la procrastinazione esistenziale, non quella organizzativa, ma quella profonda: il rimandare la vita per un domani che non prende forma. Utile in percorsi di sviluppo con lavoratori di medio livello.
- La Fortezza in cui ti sei sistemato Si chiede al coachee: hai una tua Fortezza Bastiani? Un posto sicuro da cui osservi la vita invece di viverla? Il romanzo di Buzzati è una delle metafore più efficaci per lavorare su comfort zone e rischio.
La coscienza di Zeno — Italo Svevo
- L’ultima sigaretta Zeno smette di fumare continuamente e non smette mai. Nel colloquio si usa questa figura per esplorare i falsi cambiamenti: quante volte hai deciso di cambiare qualcosa e ti sei ritrovato al punto di partenza? Cosa ci fa stare lì?
- Il narratore inaffidabile che sei Zeno racconta la propria storia in modo così parziale e interessato da rendersi inaffidabile. In coaching si usa questo per lavorare sulla narrazione di sé: quale parte della tua storia stai raccontando in modo che ti conviene? Cosa stai omettendo?
- Quando ci convinciamo di cambiare In un seminario sulla gestione del cambiamento si usa Zeno per discutere la differenza tra intenzione e azione. Emerge facilmente il riconoscimento collettivo “anch’io ho le mie ultime sigarette” e da lì si può lavorare su cosa serve davvero per modificare un comportamento.
Sostiene Pereira — Antonio Tabucchi
- Quando si ricomincia a sentire Con adulti che descrivono la propria vita lavorativa in termini di routine anestetizzante, la traiettoria di Pereira da persona morta dentro a persona che agisce offre un modello di risveglio. Si lavora su cosa potrebbe essere il loro “giovane Monteiro Rossi”.
- Il momento in cui si smette di aspettare Pereira non prende una grande decisione di principio: agisce una volta sola, quasi senza volerlo. In coaching questo apre la domanda: esiste un’azione piccola, quasi trascurabile, che cambierebbe qualcosa? Non il grande salto ma il gesto preciso.
- L’incontro che cambia la direzione In un seminario si usa la storia di Pereira per riflettere sull’influenza delle persone che incontriamo. Si chiede al gruppo di ricordare un incontro con un collega, un formatore, un cliente che ha cambiato qualcosa nel loro modo di lavorare o di pensarsi.
L’idiota — Fjodor Dostoevskij
- Il costo dell’autenticità Nel colloquio con persone che si sentono “troppo oneste” o “troppo dirette” per adattarsi ai contesti lavorativi, Myškin è una figura che permette di nominare questa tensione senza banalizzarla. Si lavora su cosa si può tenere di quella trasparenza e cosa si può negoziare.
- La bontà è una competenza? In un seminario si usa il personaggio per aprire una discussione sui valori nel lavoro: quali qualità umane sono valorizzate nel vostro contesto professionale? Quali vengono invece penalizzate? Myškin non è un modello da imitare, ma uno specchio utile.
- Quando essere sé stessi diventa un problema Con coachee che hanno ricevuto feedback negativi sulla loro “eccessività” (troppo diretto, troppo empatico, troppo idealista) Myškin permette di esplorare questi tratti come forza mal calibrata piuttosto che come difetto da correggere.
Acciaio — Silvia Avallone
- Il lavoro dei padri In un gruppo di ragazzi che crescono in contesti industriali o operai si usa il romanzo per aprire la domanda: il lavoro che vedi intorno a te è un modello da seguire, da rifiutare, o entrambe le cose? Spesso emerge una complessità che i ragazzi non sapevano di avere.
- Rimanere o partire Nel colloquio individuale con ragazzi di territori a bassa mobilità professionale, la scelta di Anna e Francesca di restare o andarsene, essere fedeli al luogo o cercare altrove, apre un dialogo concreto su progetti di vita e lavoro.
- Cosa mi ha formato senza chiedermi il permesso Con adulti che vengono da contesti operai o manifatturieri e stanno vivendo una transizione professionale, il romanzo aiuta a valorizzare una formazione informale spesso non riconosciuta: la resistenza, la concretezza, la conoscenza del lavoro fisico.
Ragazzi di vita — Pier Paolo Pasolini
- Chi racconta le storie di chi In un gruppo di ragazzi ai margini del sistema formativo si usa il romanzo, o meglio il gesto ricorrente di Pasolini di dare voce a chi non ne ha, per aprire una riflessione: chi racconta la vostra storia? E come vorreste che fosse raccontata?
- Quello che la scuola non vede Con ragazzi che hanno storie complesse e spesso invisibili ai percorsi formativi, il riconoscimento di ciò che Pasolini chiama “vita”, come l’intelligenza pratica o la capacità di sopravvivenza o la conoscenza del mondo reale, diventa un punto di partenza per il bilancio di competenze.
- Le competenze che non hanno nome In un seminario con operatori che lavorano con persone in situazione di marginalità, il romanzo apre una riflessione su come riconoscere e valorizzare le competenze invisibili, quelle che nessun titolo certifica, ma che sono reali e spendibili.
I Malavoglia — Giovanni Verga
- Restare o muoversi, e il prezzo di entrambe ‘Ntoni vuole andarsene dal paese, e quando ci riesce non trova quello che cercava. Nel colloquio individuale con adolescenti indecisi tra percorsi locali e aspirazioni lontane, la storia dei Malavoglia permette di esplorare le aspettative senza idealizzarle.
- La casa del nespolo La “casa del nespolo” dei Malavoglia è il simbolo di ciò che si è disposti a perdere, o che si perde senza averlo scelto, per un progetto più grande. Nel colloquio si usa questa immagine per esplorare cosa la persona è disposta a mettere in gioco in una transizione professionale.
- Quando il rischio non paga In un seminario si usa la vicenda del carico di lupini, il tentativo di investire che porta alla rovina, per discutere il rapporto con il rischio professionale. Non per scoraggiare, ma per nominare la paura che spesso non si dice: e se ci provo e non funziona?






