Un’azienda di selezione del personale organizza un corso di qualifica, svolge un percorso di selezione delle persone, e prima ancora che cominci mi chiede praticamente una cosa sola: di ogni partecipante vuole sapere se arriverà in fondo al percorso o se mollerà.
Mi viene dato il primo incontro di orientamento individuale, praticamente un’ora per ciascuno, per capirlo. Pensano e mi dicono che per un orientatole non sarà difficile saper leggere, nel corsista, questa informazione. Invece in quella richiesta c’è una decisione che con la tecnica non c’entra niente e che penso venga prima di qualsiasi domanda si deciderà di fare in quell’ora di colloquio.
La previsione dell’abbandono a partire da un solo colloquio è una cosa debole e chiunque dica il contrario cerca di vendere qualcosa. In quell’ora si potrà produrre una fotografia della persona ma non di certo la traiettoria che quella persona avrà.
Le persone davanti all’orientatore quel giorno, inoltre, sono quasi tutte nel momento positivo: hanno appena scelto, sono ancora nell’entusiasmo dell’inizio, la vita vera probabilmente non ha ancora cominciato a premere sul corso.
A questo si aggiunge che gli indicatori che potrebbero anticipare in maniera più precisa la possibilità di abbandono, la precarietà economica, i carichi di cura, la salute, una situazione domestica instabile, la solitudine, potrebbero essere quelli che comunicati potrebbero servire a tenere fuori le persone più fragili, quelle per cui un corso che promette anche un aiuto all’inserimento dovrebbe esistere.
Su questa cosa c’è quindi da prendere una decisione perchè le stesse informazioni, raccolte nella stessa ora, possono diventare due strumenti opposti:
- il primo serve a scremare chi è a rischio e lo lascio indietro. Però così il mio numero di corsisti regge.
- il secondo serve a sostenere le persone li dove la rete rischia di strapparsi e la rinforzo prima.
Quindi anche se restano invariati i dati, cambia in maniera importante la direzione e se non si sceglie consapevolmente da che parte stare saremo inquadrati quasi esclusivamente nella cornice decisa dall’azienda che rischia di spingere verso la prima possibilità.
Chi paga e il successo
Spesso l’agenzia viene finanziato anche in base a quante persone portano a termine il percorso. È un incentivo che spinge a trattenere ed è ottimo finché trattenere le persone è la cosa giusta da fare ma il problema è che ti potrebbe spingere a trattenere anche quando non è la cosa giusta da fare.
Non tutti gli abbandoni sono dispersione, alcuni sono la cosa più sana che possa capitare a una persona. Uno si iscrive al corso da elettricista, dopo tre settimane si accorge che la sua strada è un’altra, oppure gli arriva un’offerta di lavoro vera e la prende. Quello non è un fallimento da prevenire ma potrebbe essere una scelta buona. Per il conteggio dei finanziatori però è identico a chi crolla perché non ce l’ha fatta a reggere gli orari e l’impegno richiesto (o qualunque altra cosa).
Quando la statistica non distingue tra questi due casi l’orientatore comincia a lavorare per non far abbassare il numero invece che per il bene della singola persona. Quasi senza accorgersene l’orientatore passa dalla parte sbagliata misurando proprio la cosa sbagliata e ritenendo che la permanenza smette di essere un segno che le cose vanno bene e diventa il fine.
Si può solo sapere da che parte si sta quando i due interessi divergeranno e probabilmente lo faranno.
La motivazione dice meno di quanto sembra
Al primo colloquio sono tutti motivatissimi o quantomeno raccontano della loro grande motivazione e proprio per questo la parola motivazione, usata da sola, vale poco. Nessuno si siede davanti all’orientatore e dice che è lì per caso e che probabilmente mollerà a novembre. Quasi nessuno. Quello che conta non è quindi la quantità di motivazione che viene dichiarata ma la sua forma.
C’è una motivazione che spinge verso qualcosa: mi sono immaginato mentre faccio questo lavoro, so cosa fa uno che lo fa davvero, e ci voglio arrivare. Questo tipo di motivazione si autoalimenta.
E c’è una motivazione che spinge via da qualcosa: devo uscire dalla disoccupazione, me l’hanno detto, meglio questo che restare fermo. A questa tipologia di motivazione va alimentata facendo provare alla persona, durante il percorso, esperienze che diano un senso nuovo alla sua decisione iniziale.
Alla motivazione si devono aggiungere gli interessi. Uno che dice “mi piace la grafica” ma non ha mai aperto un programma in vita sua non ha un interesse ma ha una fantasia. La fantasia quando incontra il mestiere vero con le sue parti noiose e faticose produce disillusione che è una causa di abbandono molto più frequente della scarsa grinta.
Chi ha un interesse reale ha quasi sempre un episodio da raccontare: ha smontato qualcosa, ha seguito un tutorial alle due di notte, ha aiutato uno zio in officina.
Chi ha una fantasia ha solo l’etichetta che lui stesso ha attribuito e le frasi fatte e più è largo lo scarto tra il lavoro che uno immagina e il lavoro com’è e più quella persona è esposta indipendentemente da quanto sembra entusiasta durante il colloquio.
Come orientatori c’è il rischio che sia proprio quell’entusiasmo la cosa che ci frega più frequentemente. Verrebbe da leggere la sicurezza come un buon segno: “è la mia strada, non ho dubbi”. Ma molte volte è il contrario e la certezza esibita è di chi ci ha pensato meno, di chi ha un’immagine e non un progetto. Chi ti dice “non so se ce la faccio, ma voglio provarci” di solito ha guardato la cosa in faccia sul serio. Se viene premiata la certezza si rischia di premiare chi la sa mettere in scena meglio e non chi ha davvero le carte per arrivare in fondo.
Il merito e chi decide cos’è giusto
Un’altra parola che esce spesso e che conviene tenere a mente è merito. L’idea, spesso data per scontata, è che il sostegno vada di più a chi mostra impegno, voglia di arrivare, la percezione di aver fatto la scelta giusta. Pare ragionevole ma nasconde una domanda: chi decide cos’è giusto?
In più il merito che si riesce a misurare in quell’ora cosa rappresenta? Chi sa cos’è un colloquio, che riesce ad usare le parole giuste, chi sa come ci si presenta “merita” più facilmente ai nostri occhi e a quelli delle persone che lo incontreranno. Anche in questo caso come per l’uso degli indicatori c’è il rischio, se non si fa attenzione, di finire per aiutare di più chi ne avrebbe meno bisogno.
Anche in questo caso c’è da fare un distinguo:
- L’orientatore pensa davvero che il sostegno vada guadagnato. In questo caso il lavoro è tutto suo ed è un lavoro che va fatto prima di entrare nella stanza del colloquio: si deve fissare cosa conta come impegno, in concreto, altrimenti al colloquio c’è la possibilità di premiare chi somiglia all’operatore e viene chiamato merito questa somiglianza. Il merito assomiglia così al privilegio di chi è partito avanti e il rischio è che il metro utilizzato non sia lo stesso per tutti.
- Il merito è la cornice dell’ente. L’orientatore abita quella cornice perché ci deve lavorare ma senza sposarla del tutto. L’operatore parla la lingua dell’agenzia nei report ed usa parole come impegno, tenuta, motivazione ma attraverso quella lingua ci fa passare informazione che proteggono la persona invece di scremarla e, quando la cornice sta per produrre un’ingiustizia, la rinegozia anziché applicarla e basta. Qui il rischio è di venir catturati perché a furia di parlare quella lingua a un certo punto si comincia a crederci e da orientatori si può diventare guardiani.
Il report come progetto, non come diagnosi
Tutto quello di cui ho scritto sopra stringe nel momento in cui si deve consegnare qualcosa all’ente ed è su quanto si consegna che si vede da che parte si è deciso di stare. La tentazione è di dare un semaforo: rischio di abbandono alto, rischio di abbandono medio, rischio di abbandono basso.
Quel semaforo non lo consegnerei perché è inaffidabile e trasforma un’informazione in un’etichetta che potrebbe essere utilizzata contro la persona che durante il colloquio si è fidata di noi e l’ha raccontata.
Quella stessa informazione si può però ribaltare e invece di scrivere “ha problemi economici, rischio alto” si può scrivere “perché questa persona arrivi in fondo, servirebbe un aggancio precoce col tutor” oppure “servirebbe un occhio ai carichi di cura di certi pomeriggi” oppure “un sostegno sui contenuti tecnici da cui in passato era uscita”, insomma le condizioni che riducono le possibilità di abbandono. Sono gli stessi dati ma scambiano la fragilità della persona con le azioni che l’agenzia dovrebbe compiere, li dove la parte più forte dovrebbe aiutare quella più debole. Si sposta la responsabilità dove deve stare e se una di quelle condizioni l’ente non può garantirle allora il peso dell’eventuale abbandono non sta tutto sulle spalle del partecipante.
Un ultimo possibile fraintendimento riguarda l’oggettività. Volere criteri chiari, comparabili tra operatori diversi, è giusto e serio e senza il giudizio finisce per dipendere da chi capita in stanza quel giorno. L’oggettività sta nell’osservazione, nella capacità di legare saldamente quello che viene scritto a quello che la persona ha davvero detto o fatto e non alla propria impressione, non nell’espressione di un verdetto che, come i voti a scuola, sono un numero unico di sintesi che illude chi lo attribuisce che quello che non è preciso in realtà lo sia.
Alla fine
Quell’ora non serve a predire e le cose che davvero anticipano l’abbandono non si vedono il primo giorno ma soltanto dopo quando la vita comincia a spingere contro il corso. Quello che si può fare in quell’ora è un’altra cosa meno spettacolare ma più utile ovvero capire su cosa poggia questa persona, dove rischia di franargli il terreno sotto i piedi. Serve anche a costruire abbastanza fiducia perché, quando il momento difficile arriverà, cerchi l’orientatore o la struttura invece di sparire.
Come imposterei quell’ora, magari, proverò a scriverlo più avanti.






